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Caravaggio fu il primo fotografo della storia, la tesi ribadita nel convegno di Ladispoli

di Giovanni Zucconi

Questa notizia è di almeno 12 anni fa, ma la riprendiamo in occasione dell’importante evento “Caravaggio sconosciuto”, che si è tenuto a Ladispoli, nel Centro d’Arte e Cultura. Il 29 gennaio scorso.

 

Nel corso della manifestazione, la pittrice e giornalista Felicia Caggianelli, nella sua interessante presentazione della vita di Caravaggio, analizzata con gli occhi dei suoi contemporanei e non giudicata con la mentalità di 400 anni dopo, ha accennato alle innovative tecniche fotografiche utilizzate dal grande Maestro.

Questo mi ha dato lo spunto di riproporre un tema che l’Ortica Social aveva già pubblicato due anni fa. Quello che sostiene la tesi che il Caravaggio fu un assiduo utilizzatore delle più sofisticate tecniche fotografiche dell’epoca per realizzare i suoi dipinti. Arrivando addirittura ad anticipare, non sappiamo se apprese da altri queste tecniche, le tecnologie alla base della pellicola fotografica.

Riprendiamo la storia dall’inizio. Una ricercatrice italiana, Roberta Lapucci, nel 2009, ha prodotto delle prove a supporto della teoria che Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, possa avere usato tecniche fotografiche più di due secoli prima dell’invenzione della fotografia. Secondo questa teoria, Caravaggio non si limitò a utilizzare la camera ottica per dipingere i suoi quadri, come fecero prima e dopo di lui sommi pittori, come Canaletto o Leonardo. Ma, secondo la Lapucci, utilizzò delle tecniche, indubbiamente molto primitive, ma in grado di impressionare la tela con l’immagine del soggetto che voleva dipingere. Come su una fotografia

Funzionamento della camera ottica

Vediamo di approfondire questa scoperta. È indubbio che Caravaggio sia stato un pittore potente. Uno di quelli che ti inchiodano davanti ad una sua tela e che ti fa dimenticare di essere di fronte ad un dipinto. Le figure sembrano appartenere al tuo stesso spazio fisico. Esse non sono altrove, collocate in un quadro che tu stai osservando. Sono fisicamente li con te. Non hai l’impressione di guardarle, ma di toccarle con gli occhi. Questa fisicità delle immagini, oltre al genio indiscusso del Caravaggio, potrebbe derivare proprio dalla particolare tecnica di pittura che sicuramente è stata usata dall’artista: la camera ottica.

Questo strumento, anticipatore delle moderne macchine fotografiche, può essere realizzato con una semplice scatola chiusa, avente un piccolo foro su un lato che lascia entrare la luce. Questa luce proietta sul lato opposto, all’interno della scatola, l’immagine capovolta di quanto si trova avanti al foro. Più è piccolo il foro e più l’immagine risulta nitida e definita.

Come abbiamo già detto, Caravaggio non fu né il primo né il solo a utilizzare una camera oscura. Dopo di lui, il Canaletto portò alla perfezione questa tecnica. E prima di lui, Leonardo la utilizzò per i suoi studi anatomici. Nel 1558, il grande filosofo e alchimista Gianbattista Della Porta, scrisse nel suo libro Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium un capitolo proprio dedicato ai fenomeni luminosi prodotti nella camera ottica e su “come alcuno che non sappia depingere, possa disegnare l’effige d’un huomo ò d’altra cosa. Purché sappia solamente assomigliare i colori”.

La scoperta dell’utilizzo da parte di Caravaggio della camera oscura è giunta al termine di lunghe e accurate ricerche, iniziate nel 1986, condotte da Roberta Lapucci, una storica dell’arte e restauratrice dell’Università americana SACI di Firenze. Il suo lavoro si è comunque basato su dei precedenti studi di altri due ricercatori: Longhi e Hockney.

Ma la straordinarietà della sua scoperta non sta nell’aver dimostrato l’utilizzo dello strumento ottico che, come abbiamo visto, era abbastanza comune. Ma nell’aver trovato alcune prove che testimonierebbero che Caravaggio utilizzasse delle tecniche simili alla moderna fotografia. La Lapucci afferma infatti che Caravaggio avrebbe impiegato determinati prodotti chimici per trasformare le sue tele in primitive pellicole fotografiche. Sulle quali “impressionava” le immagini dei soggetti che in seguito avrebbe abbozzato e disegnato con le tecniche tradizionali.

La ricercatrice, in un’intervista ha affermato: “Eravamo già certi che Caravaggio proiettasse le immagini delle sue modelle, ma ora abbiamo trovato nelle sue tele sale di mercurio, un materiale fotosensibile utilizzato nelle pellicole. Le analisi ai raggi X mostrano la presenza di sale di mercurio nelle tele di Caravaggio. Non è una cosa fuori dal comune, perchè questa sostanza era presente nella colla, ma siamo alla ricerca di prove che dimostrino che lui la utilizzava sulla superficie, nella prima mano di colore.”

Il sale di mercurio è un materiale sensibile alla luce, utilizzato anche nelle pellicole fotografiche. Da quanto possiamo ricostruire, l’immagine impressa sulla tela impressionata non sarebbe durata più di 30 minuti. Inoltre, l’immagine sarebbe stata visibile praticamente al buio, perché solo il soggetto, o il modello, era illuminato.

Per ovviare a questa situazione, la ricercatrice ipotizza che, dopo aver impressionato la tela, Caravaggio utilizzasse il minio per fare gli schizzi, mescolato al solfato di bario, che è luminoso, del quale si sono trovate tracce sulle tele. In questo modo l’artista poteva vedere, nella semioscurità, cosa stava disegnando.

Un’altra prova a sostegno della tesi della Lapucci, è che le radiografie delle opere di Caravaggio non evidenziano mai la presenza di schizzi preparatori. È quindi ipotizzabile che non ne avesse bisogno. E che dipingesse direttamente sulle immagini proiettate.

La studiosa crede di aver individuata anche l’opera in cui ha utilizzato, per la prima volta, la camera oscura. Cioè il Bacco conservato agli Uffizi. Ce lo spiega lei stessa: “Prima di tutto per il fatto che il Bacco è mancino: tiene il bicchiere con la mano sinistra. Non vi sono precedenti in tal senso. È chiaro che l’immagine è frutto di una copia da una proiezione ottenuta con la messa in pratica dei metodi all’epoca assai diffusi nell’ambiente. Se ribaltiamo l’immagine a destra, infatti, la figura rappresentata appare assai più naturale e a suo agio”.

E di soggetti mancini nelle prime opere del Caravaggio sono davvero tanti. Questo si spiegherebbe proprio con il fatto che le immagini venivano proiettate sulla tela al contrario. In seguito, con l’affinamento della sua tecnica, i mancini diventano sempre meno frequenti nelle sue opere più tarde.

Questa scoperta toglie qualcosa al genio di Caravaggio? Sicuramente no. Come afferma David Hockney, “la camera ottica non dipinge”. Quindi, come ricorda anche Roberta Lapucci, il fatto che il Maestro usasse degli strumenti ottici, nulla toglie alla potenza espressiva delle sue tele, alla sua creatività, e alla sua indiscussa genialità.

 

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