Con l’affacciarsi della primavera, quando si placano le libecciate e i venti gelidi del nord cedono agli zefiri, il lungomare di Ladispoli torna ad animarsi.

Era il 2 aprile 1950, nasceva la Sagra del carciofo
E’ un risveglio dal letargico inverno; è tutto un darsi da fare per rendere nuovamente splendenti le vetuste pareti degli insediamenti balneari, che accusano le inclemenze del tempo e delle mareggiate. E si comincia da qui a preparare la stagione dei bagni di mare, della tintarella e degli intrattenimenti estivi. Ma non basta ! Ci vuole (anzi ci voleva) qualcosa in più per attirare i turisti. Una festa sarebbe stata una bella occasione, una proposta per farsi conoscere, per mettersi in piazza ed in gioco. E così nasce la sagra del carciofo in quel lontano 02 aprile del 1950. Non nasce per caso, non è legata a tradizioni locali, di spessore storico – culinario, ma ad una idea, quasi una scelta di campo, che prese forma in una trattoria “La Tripolina”, ancora esistente, prossima alla piazza più importante di Ladispoli. Il merito è da attribuire ai soci fondatori della “Pro Loco”, che proprio agli inizi degli anni Cinquanta del secolo appena passato stava muovendo i primi passi. I soci dell’associazione Pro Loco credettero che una sagra, programmata all’inizio della primavera potesse avesse ricadute di immagine ed economiche per quello che allora era un paese. E l’evento ebbe gran successo. Il re carciofo, il carciofo romanesco per meglio intenderci, iniziava la sua marcia trionfale tra fornelli, fumose cucine all’aperto. E “tutte le trattorie furono invase da ondate di visitatori (pag. 66 “In terra veritas” di Federico Ascani – ed. CISU ). La riuscita dell’evento, la sua notorietà, incentivarono il turismo e la coltivazione del prezioso ortaggio.

Da 70 anni migliaia di persone visitano la Sagra del Carciofo
Da un borgo, di allora di non più di 600 abitanti, in gran parte pescatori, ci si sarebbe aspettati una festa del pesce o di qualche rinomato crostaceo o mollusco. Per di più il mare di Ladispoli vanta una sua pescosità Infatti .Il fondale delle Secche di torre Flavia appena a nord di di Ladispoli è caratterizzato dalla presenza di grossi agglomerati di grotto e roccia, ricchi di buchi e fenditure, che ospitano bellissimi saraghi, cefali , spigole ed eleganti corvine. Ma Ladispoli non aveva un porto, e nemmeno un porto peschereccio e non ce l’ha nemmeno adesso… Alle spalle di una costa allora in parte acquitrinosa, si stendeva una vasta campagna.Era una terra fertile dove però predominava il latifondo celerealicolo – pastorale. Con l’avvio, però della riforma agraria, i braccianti ed ai fittavoli diventarono coltivatori diretti, di quelle stesse terre, espropriate ai latifondisti. Successivamente la legge 21 ottobre 1950, n. 841 (la cosiddetta legge stralcio) affidò a varî enti di riforma fondiaria il compito dell’esproprio e distribuzione a contadini di terreni di proprietà privata. La coltivazione del carciofo non aspettava altro per espandersi e prosperare. Fu un vero idillio, fu vera gloria? “Quanto al carciofo – così scrive F. Ascani, nel testo già citato – con la riforma tutti iniziarono a coltivarlo, con conseguente sovrapproduzione”.

Sculture di carciofi a Ladispoli
I guai vennero, in ogni caso, verso gli anni Settanta del secolo appena passato, con la progressiva cementificazione della costa e la conseguente riduzione degli spazi da dedicare alla produzione agricola. Ladispoli andava assumendo l’aspetto di una popolosa periferia metropolitana, destinata ad accogliere le sempre più numerose folle di una piccola borghesia di pendolari del terziario e dei servizi. Oggi Ladispoli conta oltre quaranta mila abitanti. Le politiche comunitarie, non certo premianti, per l’italica agricoltura fecero il resto. Ed anche la sagra cominciò ad accusare i colpi della mutata situazione. Gli intenditori storcevano il naso: come si può proporre in tavola ad aprile, spesso a fine mese, un prodotto, che deve essere gustato all’inizio della primavera ? In particolare la varietà, chiamata “Castellammare” si raccoglie in gennaio. Gli animi più sensibili avvertirono che la sagra andava scivolando verso la festa strapaesana con tanto di bancarelle venute da ogni dove e “porcume” in bella mostra a prezzi di realizzo. Era diventata la sagra del mordi e fuggi o se si vuole dello street – food buona per una clientela non raffinata e dalle pretese gastronomiche modeste.

Il prodotto locale, il carciofo aveva sempre il posto d’onore nella piazza, dove la gente del contado poteva esporre il proprio prodotto in appositi stand, ma fatalmente doveva competere con la porchetta di Ariccia o di Vallerano, con gli arrosticini abruzzesi e le maleodoranti fritture miste. Con il tempo tutto un contorno dal gusto nazional – folklorico fu mandato in soffitta: le contadinelle con i loro improbabili costumi d’antan; così pure le majorettes che sfilavano per le vie cittadine precedendo la banda musicale locale “La ferrosa” Si cercò di correre ai ripari con concomitanti manifestazioni artistico – canore ed istituendo la cosiddetta “piazza dei sapori” dove i visitatori potevano gustare il cucinato di altre regioni della Penisola. Certo è difficile, soprattutto di questi tempi, conciliare esigenze commerciali con raffinatezze gastronomiche e, se si vuole identitarie. E allora teniamocela così questa sagra con i suoi oltre centomila visitatori, chiassosa oltre misura, ma che ancora può regalarci qualche emozione ed alcuni piatti a base di carciofo a buon prezzo.
Silvio Vitone

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