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ROMBO DI TUONO È RIMASTO IN CIELO

di Ugo Russo

Solo qualche scroscio di pioggia in Sardegna, soprattutto nelle zone interne, lunedì 22 gennaio ma la leggenda, che scavalca ormai il mito, vuole che alcune persone abbiano sentito qualche tuono in cielo nella serata e ce n’era uno più forte ed imperioso degli altri, un vero e proprio rombo di tuono, che voleva segnalare agli altri: “Sono arrivato!”.

Stavolta, però, per rimanere in cielo. Per sempre, purtroppo. Perché il più grande giocatore italiano della sua epoca (con Rivera e Mazzola), Gigi Riva, che dopo memorabili prestazioni che avevano assunto toni da effetti paradisiaci o dopo i due terribili incidenti subiti in nazionale (da parte di Americo Lopes, portiere del Portogallo a Roma nel 1967 e Hof a Vienna contro l’Austria nel 1970) sulla terra a far sentire il suo rombo di tuono (nomignolo affibbiatogli dal maestro di giornalismo Gianni Brera, a significare la sua potenza al tiro, ed il fatto di essere decisivo nel risolvere le partite) ci era sempre tornato,Ed era più grande e più forte di prima. Anche una volta lasciato il calcio agonistico, con quel suo modo di intendere la vita, così schivo, modesto, troppo per la sua grandezza, e sempre capace di esprimere la propria generosità e il suo appoggio agli altri. Spesso dietro le quinte come se avesse paura di dar fastidio a qualcuno; privato da un destino crudele (la morte da piccolo dei genitori, cresciuto nei collegi e dalla sorella maggiore Fausta, cui è rimasto legatissimo fino alla sua morte, avvenuta 4 anni fa) di una minima parvenza di infanzia felice, negli anni e fino a pochi mesi fa ha sempre ribadito che “avrei rinunciato a tutto quello che ho fatto nel calcio pur di avere un’infanzia come gli altri bambini”. Ma le traversie della vita gli hanno evidentemente fortificato il carattere tant’è che quando c’era da cantarle a qualcuno non si nascondeva mica, anzi usciva, quando era necessario, pesantemente allo scoperto. Perché nelle sue parole c’era ogni volta una sacrosanta verità. Come quando ebbe da ridire contro Fabbri, selezionatore azzurro della sventurata trasferta in Inghilterra al mondiale del 1966, smascherando che giocando con i suoi “cocchi” non si poteva andar lontano e che era da subito chiaro che non c’era il clima giusto per andare avanti nella competizione. Riva ci andò a Londra ma non nei 22 convocati; spinto dai tifosi italiani che gli chiedevano del perché lo avesse escluso, Fabbri si inventò un viaggio-premio per lui e Bertini, di fatto relegandoli ad assistere le partite dalla tribuna. Ma altro che viaggio-premio: si fossero rifiutati, lui e il mediano  dell’Inter, di andare sarebbero stati squalificati nelle prime giornate del campionato successivo e chissà per quanto tempo sarebbero stati esclusi dalla nazionale!

A parte la parentesi iniziale con il Legnano (un anno) ha indossato due sole maglie: quella del Cagliari dove si trasferì a 19 anni e nel tempo rinunciò alle allettanti offerte dell’ Inter, ma soprattutto della Juventus che arrivò, tramite l’avvocato Agnelli, ad offrirgli un miliardo di quei tempi… pur di restare nell’Isola dove ha deciso di passare tutta la sua vita. Se andiamo ad eccepire, una volta non ha detto la verità: quando approdato per la prima volta a Cagliari accompagnato dalla sorella Fausta le disse: “Io qui non resto più di 24 ore”! Ci è rimasto fino al suo ultimo giorno di vita. E Cagliari, la Sardegna ma sarebbe il caso di dire tutta l’Italia lo hanno amato alla follia. E poi la maglia azzurra per la quale aveva una vera e propria sacralità tanto da, come accennato sopra, donarle due gambe spezzate in un tempo in cui l’ortopedia aveva ancora molte incognite anche per gli incerti tempi di recupero. Tra una cosa e l’altra lui dovette stare fermo per due anni interi ma, e anche questo lo abbiamo scritto, la sua enorme volontà lo fece tornare ogni volta più forte di prima.Trascinò il Cagliari, nei 15 anni di militanza da giocatore, allo storico e ancora unico successo in campionato del 1970; nello stesso anno fece parte della squadra che al mondiale in Messico vinse in semifinale contro la Germania in quella che ancora oggi è definita la partita più bella del secolo scorso, salvo poi arrendersi solo in finale al Brasile; due anni prima aveva vinto l’Europeo per nazioni, finale a Roma contro la Jugoslavia ed un suo gol aveva aperto la porta al successo dell’Italia; con la maglia azzurra ha segnato 35 gol in 42 partite e tuttora detiene il record di marcature. Sarà stato quel suo fisico possente ed erculeo, quella sua potenza, insomma, aveva incarnato non solo nei patiti del calcio l’immagine dell’uomo simbolo da prendere ad esempio.

Entusiasmava grandi, ragazzi e bambini, i quali, questi ultimi, quando aprivano i pacchetti di figurine solo al momento di trovare Luigi Riva esclamavano con gioia: “L’ho trovato”! E negli anni hanno trovato un grandissimo padre i due figli di Luigi, Mauro e Nicolò, nati dall’unione durata molto tempo, prima di interrompersi, con Gianna Tofanari.

Povero calcio, il vero calcio, che continua a perdere pezzi preziosissimi. Solo da 12 mesi a questa parte se ne sono andati Pelé, l’immenso, al momento di chiudere il 2022 e poi Gianluca Vialli, Vincenzo D’Amico, Luis Suarez, Bobby Charlton, Giovanni Lodetti, Antonio Juliano e, tanto per citare chi è stato benissimo in questo sport lasciando impronte indelebili, Silvio Berlusconi, Carlo Mazzone, Ilario Castagner e Gianni Minà; poi, ad inizio di quest’anno Mario Zagallo e Franz Beckenbauer. Il tedesco rigiocherà Italia-Germania del ‘70 in cielo affrontando Riva, Facchetti e Rosato. Gente come Riva non dovrebbe morire mai, lo avevamo inserito nella lista degli immortali, ed invece… Continuano a sfuggire certezze…

 

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