di Anna Maria Onelli
Negli eleganti locali della Galleria “Il Mascherino”- a Manziana – il professor Gaetano Vari, il 23 agosto, ha aperto la personale “L’ulivo e il castagno” dell’artista Giuseppe Rossi, pittore contemporaneo, nato a Roma nel 1958.Con un linguaggio competente e chiaro, il prof. Vari, critico d’Arte, ha raccontato aneddoti sull’amicizia giovanile che lo ha legato a Rossi, con cui ha condiviso la medesima passione per l’arte. “Negli anni Settanta – dice il professore – insieme a Mario Pellegrini, a Buno Buni, a Mauro Fiorini, recentemente scomparso,avevamo creato un gruppo di giovani artisti che fece di Manziana il centro di una vita culturale attiva; eravamo supportati dai consigli di Mario Coppola, Pedro Cano, Renzo Vespignani, artisti in grado di farci crescere “.
La loro passione, le loro riflessioni sull’arte e la natura, divennero contagiose. I ricordi hanno fatto emergere non solo le emozioni belle di quegli anni, ma anche quanto l’amore per la natura e le piante fosse già tanto radicato in Rossi da indurlo a fondare, nel 2010, una nuova corrente pittorica: il “dendronaturalismo”. Vari,ha messo in luce come, nei quadri ad olio esposti in stile dendronaturalista,l’immagine dell’ulivo e del castagno sia stata costantemente revisionata: l’artista ha scavato nei loro tronchi secolari e contorti, finché l’immagine della pianta ha perso, nel tempo, ogni aderenza al reale, per trasformarsi in simbolo della sacralità.
Il critico ha aggiunto: “Le opere ad olio esposte, sono circa una ventina e mostrano l’evoluzione dello stile pittorico dell’autore nell’ultimo decennio Sono in mostra anche gli acquerelli di Rossi, che prendono spunto dalla pianta dell’eucalipto, la cui corteccia anziché rivelare buchi, cicatrici e rugosità, sembra spogliarsi come una cipolla rivelando lo strato che c’è sotto; la corteccia si sfoglia ma non si vede mai in profondità e questo fa apparire gli acquerelli come opere più leggere”.
La chiara presentazione del prof Vari ci ha mostrato un artista che si è dedicato alla pittura giovanissimo, iniziando precocemente le esperienze espositive. La ricca partecipazione a eventi nazionali e internazionali, nel corso della carriera, lo hanno portato in molte città d’Italia (a Roma, Torino, Forlì, Firenze, …) e all’estero (in Albania e negli USA). Rossi ha partecipato alle importanti Biennali di Firenze, di Durazzo in Albania e alla Triennale di Roma ricevendo premi e riconoscimenti. Oggi vive a Soriano del Cimino in provincia di Viterbo, città in cui ha frequentato l’Accademia di belle Arti e approfondito la sua formazione con artisti come Pedro Cano. Per un periodo sembrò aver abbandonato la pittura per dedicarsi alla ceramica da cui ha acquisito nuova manualità e la predilezione per i colori della ceramica medioevale viterbese, tra cui il verde salvia, il bruno manganese, il blu cobalto.
Le opere hanno suscitato in me il desiderio di approfondire il perché del linguaggio pittorico e del messaggio lanciato dall’artista: un accorato appello alla salvaguardia della natura.Lo ringrazio per aver cortesemente risposto alle mie domande.
Perché nelle sue pitture lei è particolarmente attratto dalle piante in particolare dagli ulivi e dai castagni secolari?
“Sono nato a Manziana, ho frequentato e respirato l’armonia del bosco da quando sono nato. A 5 anni, attaccato al passeggino che trasportava mio fratello, andavo lì con mia madre, a passeggiare o a far funghi.Quando ero un “lupetto”, campeggiavo nel bosco con gli Scout e, da adolescente, percorrevo in bicicletta la stradina che portava al bosco quando era solo una striscia di lingua bianca di ghiaia mancante d’asfalto.Tutto questo per dire che ho trascorso la mia gioventù tra le betulle della Caldara di Manziana, i castagni dei suoi boschi, gli olivi secolari dei pendii sul Lago. Come avrei potuto non amare la natura? Mi è rimasta questa coscienza, questa particolare sensibilità nei confronti della sua tutela. Come non provare riconoscenza, per piante come il castagno e l’ulivo, che già San Francesco piantava in tutta Italia perché ci offrissero farina e olio con cui sfamare i numerosi poveri? Con il tempo, l’albero del castagno e dell’ulivo per me diventarono soggetti sacri da esplorare”.
Lei ha fondato, nel 2010, la corrente pittorica del “dendronaturalismo”, qual è il suo significato e cosa propone?
Con il termine Dendronaturalismo, ho inteso unire la parola “dendron” (albero), di derivazione greca, al concetto di naturalismo, dando vita ad uno stile che oltrepassa la raffigurazione realistica dell’albero. Utilizzo uno stile informale, astratto, per trasformare i tronchi dei castagni e degli ulivi centenari dal tronco nodoso, in simboli della vita e della memoria umana. Si tratta di uno stile astratto che non nasce dal nulla: prima studio attentamente l’anatomia reale dei castagni e degli olivi, osservo i loro nodi, le fenditure e la rugosità della corteccia, poi li rappresento in modo che essi abbandonino il realismo classico per trasformarsi in forme quasi umane, con volti, buchi neri e simboli ancestrali. È in questo modo che lo stile dendronaturalista trasforma un elemento naturale come un tronco, concreto e reale, in una soglia di meditazione che genera emozioni, riflessioni sul rapporto uomo-natura mentre. I vortici del legno e le fenditure oscure che dipingo si trasformano in porte verso l’inconscio. Nell’immagine in evidenza Giuseppe Rossi è fotografato tra due sue opere, “Autoritratto” e “Composizione tonda” in cui è evidente il passaggio dallo stile pittorico figurativo allo stile astratto del dendronaturalismo.
Come riesce a trasformare un albero in un simbolo sacro?
“Utilizzando impasti materici e forti contrasti di colore caldo/freddo. In questi quadri, dipinti ad olio, l’uso del colore, l’esasperazione delle linee di forza, i nodi del legno prendono sembianze antropomorfe (volti, occhi, corpi contratti) che trasformano l’albero in un simbolo dell’esistenza umana. Infatti, le rughe della corteccia, le cicatrici del tronco la spinta dei rami, trovano rispondenza nel nostro tempo che passa, nelle ferite che ci infligge la vitae nello spirito di resilienza che ci dona. Nella mia pittura, i buchi neri e le fenditure oscure diventano porte verso l’inconscio. Così l’albero cessa di essere un oggetto naturale per diventare un canale di connessione tra conscio e inconscio”.

Nella foto le opere: “Due nodi da sciogliere”, olio, 2026, e un acquerello su carta Fabriano
Si può dire che il Dendronaturalismo non è solo una tecnica pittorica, ma è anche un percorso filosofico?
“Diventa un percorso filosofico perché gli alberi sono depositari della nostra vita e della storia. Osservarli e curarli ci fa riflettere sul tempo, sulla memoria e sull’interazione tra uomo e natura. Da qui il mio appello ai politici, agli amministratori, ai cittadini, affinché si impegnino nella salvaguardia della natura e dell’ambiente. Dobbiamo creare una forma di reciproco rispetto tra l’uomo e le piante altrimenti, nel momento in cui smettiamo di curare il castagno e l’olivo, queste stesse piante smetteranno di darci frutto”.
Ringrazio Giuseppe Rossi per la sua disponibilità e l’invito a percepire la natura, spiritualmente ed emotivamente. Quest’anno, nella ricorrenza dell’800° anno dalla morte di San Francesco, l’autore attraverso le piante dell’ulivo e del castagno, care al Santo, ha voluto lanciare un messaggio di pace, un invito alla tutela dell’ambiente e del clima, doni che abbiamo ereditato e dobbiamo preservare per il benessere delle prossime generazioni. Le sue parole sono state condivise dal pubblico e dal sindaco di Manziana, Alessio Telloni che, laureato in agronomia, da anni si spende su questi temi.

Ottimo ed esauriente articolo . Davvero interessante
Articolo di forte impatto. Anna Maria ha colto e descritto molto bene le sensazioni e le emozioni dell’ artista.