di Silvio Vitone
All’epoca, inizi del Vl secolo,l’intera Penisola è nelle mani degli Ostrogoti. E’ il primo vero regno romano-barbarico insediato in Italia, succeduto agli Eruli di Odoacre. Le istituzioni della classicità romana, come il Senato, erano formalmente rispettate e il filosofo Boezio poteva permettersi di irradiare gli ultimi fulgori di un mondo che andava scomparendo.

l’Impero, rappresentato da Bisanzio,aspettava un’occasione, un pretesto, per sbarazzarsi degli Ostrogoti e riprendersi le terre di Occidente; a breve ( anno 535 ) con le spedizioni vittoriose dei suoi generali, Narsete e Belisario, il basileus bizantinoavrebbe piantato nuovamente le insegne imperiali in quella dissestata provincia, che oggi chiamiamo Italia..
In questo contesto San Benedetto, adotta la sua famosa “Regola “ (anno 530 ) nella quale disegna l’architettura di un’organizzazione pratica ed equilibrata del monachesimo cenobitico;egli ritiene, con queste poche e sagge norme, che si possano vivere al meglio i valori fondamentali, cristiani e monastici; rifugge dalle rigidità individualistiche dell’ascetismo e dell’eremitismo orientale anche se guarda agli insegnamenti di San Pacomio e soprattutto San Basilio di Cappadocia.
All’ homo faber romano e occidentale, Benedetto aggiunge la visione del homo pius cristiano.
Altri fondatori di istituti monastici hanno scritto, in precedenza, ed anche in seguito “regole”, ma quelle di San Benedetto rimangono, per universale riconoscimento,le più fortunate.
In verità la “Regola” divenne un “ testo liberamente ispiratore”della vita di tanti monasteri, come scrive acutamente Roberto Paciocco in Storia d’Abruzzo.
Nell’ VIII secolo il modello benedettino approda in Germania, dove venne fondata l’abbazia di Fulda.
Bisogna, però, aspettare l’anno 817 perché la regola sia imposta a tutti i monasteri franco-germanici. Promotore di questo avvenimento , in occasione il capitolare monastico di Aquisgrana, fu Benedetto d’Aniane, monaco di origine visigota, stretto collaboratore dell’ imperatore del Sacro Romano Impero, Lodovico II.
Come spiegare tanto successo ?
In primo luogo la benevola accoglienza del Papato nei confronti del monachesimo benedettino a cominciare da Gregorio Magno
Era indubbio che la rete di monasteri ed abbazie, ”celle monastiche ”ed anche pievi si rivelasse sempre più un efficace mezzo di evangelizzazione soprattutto nelle campagne. Per di più i monasteri diventarono formidabili amministratori di un patrimonio ecclesiastico, che si andava sempre più estendendo per lasciti e donazioni. Abbazie e monasteri prendono il posto ( o al più si aggiungono ) dei vecchi proprietari di epoca romana. Il sistema delle villae, le grandi fattorie di epoca classica, è del tutto decaduto per sopravvenuta mancanza di manodopera schiavile e per l’abbandono dovuto alle invasioni “barbariche”
D’alltro canto,i regnanti di origine germanica esuccessivamente, tra questi, gli imperatori del Sacro Romano Impero, soprattutto nel periodo dal settimo altredicesimo secolo, vedono di buon occhiol’espandersi dei monasteri.
Con lasciti e donazioni e fondazioni le aristocrazie dei nuovi regni fanno aumentare il prestigio.e la ricchezza dei monasteri.
Non bisogna leggere superficialmente queste scelte unicamente come aspettative terrene ammantate di religiosità, ma come una complessa interazione tra Chiesa, mondo latino ed elemento germanico
Il resto è storia nota appresa sui banchi di scuola: i monaci, diligenti amanuensi copiano le pergamene antiche, dando un contributo al salvataggio della cultura classica; maggior rilievo assume all’epocala loro capacità di bonificare terreni paludosi o incolti, di introdurre nuovi metodi di coltivazione, allevare maiali ed api, fare vino e formaggio.
Donazioni e lasciti arricchiscono i monasteri, cosicchè, nell’anno 800, tanto per fare un esempio, l’abbazia di Farfa fu definita imperiale per i suoi rapporti di privilegio e protezione con i Franchi di Carlo Magno. Conseguenza diretta di ciò era lo svincolo dell’abate di Farfa dal Papa di Roma.
Il potere dell’abate di Farfa era sostanzialmente paragonabile a quello che poi sarà dei Principi Vescovi tedeschi; era immenso: l’Abbazia di Farfa controllava sei città fortificate, oltre 130 castelli, oltre 300 villaggi, oltre 600 chiese e conventi.
Si giunge al paradosso che, alcuni casi,il potere delle grandi abbazie, con il loro prestigio e la loro ricchezza, costituiscono “ elementi alternativi e conflittuali rispetto ai vescovi “ ( pag.65 di l’uomo e l’ambiente nel Medioevo – Vito Fumagalli )
Fin qui ho descritto, per brevi accenni, alcuni elementi, quelli più significativi, a mio giudizioche hanno caratterizzato il monachesimo benedettino, vero faro nei secoli bui dell’ Alto Medioevo; l’azione del monachesimo si rivelò trainante nella Chiesa e nella società dell’ epoca.
Mi interessa,ora, qui di seguito approfondire i fatti e gli eventi dei primi tempi, quando il monachesimo benedettino comincia a manifestarsi e la “Regola” trova le sue iniziali applicazioni. E siamo nella seconda metà del secolo VI.
Si premette che la lunga guerra greco – gotica provocò vaste distruzioni nella penisola, spopolando le città ed impoverendo le popolazioni, ulteriormente flagellate da un’epidemia di peste e da una carestia; nelle campagne finito il latifondo delle villae, si stenta a trovare nuove forme di conduzione agraria
L’occupazione dell’Italia da parte dei Bizantini si rivelò effimera , ma la loro tassazione vessatoria finì per rendere del tutto miseri i “Latini”Si salva la Chiesa con la suastruttura gerarchica e ben organizzata, presente su quasi tutto il territorio.Non dimentichiamo, poi che con la Pragmatica sanctio pro petitione Vigili (554 ) un ampio potere nell’amministrazione delle province bizantine era stato dato ai vescovi.
E poi arrivarono i Longobardi.
Nell’ anno 568, con a capo Alboino,attraverso il passo del Predil, nelle Alpi Giulie, i Longobardi si impadronirono rapidamente dell’ Alta Italia, dove fondarono il loro regno con capitale Pavia. Alcuni gruppi scesero nel Sud e diedero vita alla Langobardia minor, comprendente i ducati di Spoleto e di Benevento. Questi ducati rivendicarono sempre una loro autonomia rispetto ai monarchi di Pavia.
I contrasti interni ed elementi centrifughi non mancarono nemmeno nella Langobardia Maior, quella con capitale Pavia. Questo perché i duchi, i capi tribali scelti da Alboino a governare le circoscrizioni del regno, erano irrequieti e spesso in contrasto tra loro. Fu questa una delle cause che rallentarono la iniziale e fulminea conquista. Il loro dominio risultò a pelle di leopardo, esposto ai continui contrattacchi dei Bizantini. Oltre le Alpi un altro popolo “barbaro” aveva le sue mire sull’Italia, I Franchi, che nel 774 con la conquista di Pavia posero fine al regno longobardo.
Inizialmente i rapporti con le popolazioni conquistate furono tutt’altro che idilliaci.
I Longobardi di Zottone, duca di Benevento, nel 577 in una notte distrussero Montecassino. I monaci fuggirono a Roma portando con sé l’originale della Regola di San Benedetto.
Analoga sorte tocca all’abazia di Farfa.La prima abbazia di Farfa ebbe vita breve: venne distrutta dai Longobardi. Tra il 680 ed il 705 l’Abbazia di Farfa fu ricostruita da Tommaso di Moriana.
Ma non furono solo i monasteri a subire la violenza brutale degli invasori.
I Longobardi rivolsero i loro saccheggi e le loro distruzioni anche nei confronti del clero secolare e dei vescovi.
Le vecchie istituzioni della civitas romana ( anche il senato per intenderci ) furono spazzate via.
Le città, cuore pulsante della civiltà classica, perdettero la loro classe dirigente. Non c’è più la città romana; alcuni centri urbani scompaiono, altri entrano in piena decadenza, altri ancora risorgono come esempio Pavia, Milano, Brescia,Verona ed acquistano unarelativa centralità perché sede di ducati longobardi; la città, nel migliore dei casi, diventa un centro militare e di controllo del territorio.
I monasteri sorgono prevalentemente in campagna e qui si concentra il loro potere; nelle città hanno sede i vescovi, ma nell’ Italia longobarda questa distinzione non è sempre valida perché ad esempio I monasteri di Santa Giulia e quello di San Zeno ebbero sede rispettivamente a Brescia e Verona.
Poi le cose cambiarono, se così si può dire, in meglio. Il potere centrale dei regnanti di Pavia si andava rafforzando a danno dei duchi e delle loro rivendicazioni autonomistiche. Ogni giorno di più i Bizantini venivano ricacciati verso le coste e i loro residui possedimenti erano localizzati soprattutto verso il Sud d’Italia, dove resistettero fino all’arrivo di Roberto il Guiscardo.
Una nuova organizzazione politico – statuale, prendeva forma in luogo di quella tribale delle origini: i duchi erano diventati più che altro funzionari regi; con loro collaboravano gastaldi, gasindi, e centenari.
A tutto questo si aggiunge ( ma i due aspetti sono complementari ) il fatto che i Longobardi di fede ariana ed in parte ancora legati alla loro ritualità politeistica dei paesi di origine, si convertirono alla religione cattolica.
E’ bene ricordare che ad opera della predicazione di un monaco, Ulfila, l’eresia di Ario, che sosteneva una dottrina trinitaria diversa da quella di Roma, fece breccia tra i “barbari”, stanziati originariamente oltre il “limes”. Vandali, Visigoti ,Franchi, lo stesso Odoacre, Ostrogoti. Anche i Longobardi abbracciarono una religione ( meglio dire la dottrina ) che serviva a distinguerli dai Romani che si professavano cattolici. Fu quindi come ritiene il Montanari “più una scelta etnica, che teologica.”
Come altre popolazioni germaniche convertite (di questo è stato fatto cenno in precedenza ) , fra tardo VII e VIII secolo, re e duchi longobardi, ma anche esponenti di lignaggi di minor rilevanza politica, iniziarono a riconoscere nel sostegno alle istituzioni ecclesiastiche un veicolo per rafforzare, insieme all’aspirazione alla misericordia divina, anche la propria “visibilità terrena”.
Un rapporto privilegiato i Longobardi ebbero con il monachesimo.
Secondo il Gasparri in “Italia Longobarda” i primi a collaborare con i vincitori furono i ceti medio bassi della popolazione italica e l’apporto significativo con vescovi e monaci si manifestò solo dopo la metà del VII secolo.
In particolare, la fondazione o comunque il sostegno di monasteri poteva soddisfare diverse finalità nello stesso tempo: la creazione di una comunità di persone devote che stabilmente e incessantemente raccomandassero al Signore l’anima del fondatore del monastero stesso e della sua famiglia; lo stabilimento di una presenza sul territorio che contribuisse a enfatizzare il potere terreno e la visibilità politica del fondatore.
Al riguardo mi sembra opportuno portare qualche esempio.
Faroaldo nel periodo in cui fu Duca di Spoleto, favorì la rinascita dell’Abbazia di Farfa, da un secolo in rovina, tramite ingenti donazion e proteggendone il primo abate, Tommaso di Farfa. Lo stesso papa nel 705, su richiesta di Faroaldo, prese a sua volta il monastero sotto la sua protezione.
La fondazione dell’Abbazia di Nonantola risale al tempo dei Longobardi, tempo di intrighi e giochi di potere che hanno visto anche questa zona protagonista.
L’ abbazia di Nonantola fu fondata nel 752 da Anselmo, duca del Friuli appena ritiratosi, su un territorio donatogli dal cognato Astolfo, Re dei Longobardi e d’Italia dal 749 al 756. Lo scopo della fondazione era chiaro : accrescere l’influenza longobarda sulla zona.
Aggiungo un altro esempio, quello del monastero di San Vincenzo al Volturno
Il monastero di San Vincenzo venne fondato nel primo decennio del secoloVIII, secondo la tradizione nel 703, a circa. km 2 dalla sorgente del Volturno, in un territorio che si era di recente aggiunto al ducato meridionale longobardo di Benevento.
L’ampia terra centrale di San Vincenzo. comprendeva gran parte della valle del corso superiore del fiume, donata dal duca Gisulfo I (683-706).
Nei secoli dall’VIII fino al IX, il monastero continuò a godere della protezione dei governanti longobardi dell’Italia meridionale e a ricevere donazioni dalla classe dominante insediatasi nella regione. I fondatori furono tre nobili beneventani, Paldo, Tato e Taso, i quali divennero, l’uno dopo l’altro, abati del monastero.
IN verità l’interessamento, che a volte diventava pura ingerenza nei confronti dell’istituzione monastica benedettina ebbe risvolti negativi e certo non lodevoli nella vita delle comunità monastiche.
Prendiamo il caso dell’ abate Autperto.
Autperto, originario della Provenza, già precettore di Carlo Magno, nel 777 divenne abate di San Vincenzo al Volturno.
Per il monastero era un periodo difficile di continue lotte interne tra monaci che sostenevano i longobardi e i monaci che sostenevano i franchi, e infatti Ambrogio rinunciò alla dignità abbaziale dopo poco più di un anno, il 28 dicembre 778. Le lotte non cessarono dopo le sue dimissioni ed egli fu coinvolto in successive dispute.
A seguito della conversione dei Longobardi al cristianesimo, molti attributi e caratteristiche del dio pagano Odino passarono San Michele, patrono non solo di questo popolo, ma anche di sovrani bizantini e carolingi.
E’ da ritenere che un qualche merito, anche sotto questo aspetto, avessero i Benedettini.
I Benedettini avevano una particolare devozione verso gli Angeli.Un posto di rilievo tocca a San Michele. E’ in suo onore che più di un monastero è fondato ; spesso ha il suo altare in una torre della chiesa dei monasteri.
Conclusioni
Ho delineato, in questo mio scritto, l’arrivo dei Longobardi e la loro conversione alla la fede i cristiana affermata dai Concili e di Nicea e Calcedonia. Con disposizione del re Ariperto ( 653 ) fu ufficialmente abolito l’ arianesimo. E’ stato mio intento approfondirei rapporti ed il ruolo dei Benedettini in questo cambiamento, che non riguardò solo l’aspetto religioso.
La discesa dei Longobardi in Italia non fu propriamente dettata da intenzioni di conquista, non volevano, cioè annettersi territori appartenenti ad altri popoli.
Volevano invece trovare il sospirato benessere in un paese dove una civiltà avanzata, quella classica, aveva lasciato segni di grandiosità, progresso e sviluppo.
Piu semplicemente volevano “dar vita a stanziamenti stabili”; così Massimo Montanari in Storia Medioevale.Il loro arrivo in Italia fu contrastato( certo non troppo efficacemente ) dai Bizantini, che allora occupavano la Penisola.Era andata meglio per i popoli “barbari”, che li avevano preceduti in Italia,l’eterogenea formazione con a capo Odoacre e Teodorico, con gli Ostrogoti. Questo perché vi era ancora una parvenza di istituzioni romane, cui far riferimento e vi era un (larvato e ambiguo ) riconoscimento da parte dei Bizantini.
Nell’ Italia di allora i vincitori Longobardi trovarono, invece come unico interlocutore la Chiesa nella sua frastagliata organizzazione, comprendente papato, vescovi e istituzioni monastiche dei benedettini.
Le aristocrazie longobarde, una volta al potere nei territori d’ Italia, compresero che avevano tutto da guadagnare ed era più conveniente convertirsi e trovare un’intesa con la Chiesa.Non è da credere, però, che la conversione sia stata unicamente un “affare” di vertice, un’operazione più o meno lungimirante delle aristocrazie longobarde .
Sulla strada della conversione si presentarono, però non poche difficoltà
Il Montanari definisce come altalenante la politica del vescovo di Roma ( il papa ) nei confronti dei regnanti di Pavia;il papato era fortemente preoccupato dell’espansionismo longobardo e in più di un’occasione richiese la protezione e di aiuto all’ Esarcato Bizantino ed ai Carolingi, acerrimi nemici dei Longobardi.
Ma anche con i vescovi i Longobardi non “raggiunserouna concordia salda e continuativa” (Vito Fumagalli – L’uomo e l’ambiente nel Medioevo – pag.69)
Conveniva allora ai Longobardi fidarsi maggiormente dell’istituzione monastica.
Questo fatto e la scelta politico – religiosa dei vincitori però non può nulla togliere all’apporto oltremodo costruttivo dato alla loro conversione da parte dei Benedettini; Soprattutto nelle zone rurali e tra il popolo minuto la loro azione contribuì all’incontro di due culture e due civiltà quella dei dominatori e quella dei vinti;
Per due secoli i Longobardi dominarono l’Italia di allora; arrivarono come rozzi predoni se si vuol leggere la storia per categorie e con una certa superficialità, ma in seguito furono capaci di costruire un saggio e lungimirante governo del territorio come testimoniano le riforme di Rotari e le imprese di Liutprando ed Astolfo, i loro re,.
.Ma poi scesero in Italia Franchi… ma questa è un’altra storia.
In ogni caso si avvia quel processo di profonda integrazione culturale tra mondo germanico e quello latino enasce una società con nuove caratteristiche ed identità

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