Arnaldo Gioacchini *
Sempre più va affermandosi, fra gli storici e gli studiosi, che la causa del decadimento e poi della scomparsa di alcune antiche Civiltà non sia dipesa da eventi traumatici, come ad esempio nel caso di Ebla e Troia con tangibili segni di massacri di massa ed incendi, ma bensì da cause naturali dovute a veri e propri collassi ambientali che non hanno più consentito la vita in determinate zone con il rapido abbandono di esse ed una sorta di diaspora delle popolazioni fino ad allora ivi viventi.Ultimamente vi è un ampio e stimolante dibattito scientifico che si è aperto rispetto alla scomparsa di una delle più antiche ed “illuminate” Civiltà che si ricordino quella dei “mitici” Sumeri (che oltre 5.000 anni a. C. inventarono la prima forma di scrittura, la prima ruota, l’agricoltura, la matematica, l’astronomia, l’ idrografia, l’arte, l’architettura e poi altre cose più “terrene” (come la lavorazione del cuoio ed addirittura la fabbricazione della birra) la cui stirpe non era semitica e che forse arrivarono in Mesopotamia giungendo dal mare. Andiamo per ordine: negli ultimi anni in Iraq ad Abu Tbeirah a soli sette chilometri a sud di Nassiriya e a sedici dall’antica (nomatissima) Ur dei Caldei opera una missione archeologica composta da dieci bravissimi specialisti del settore dell’Università La Sapienza di Roma diretta dal prof. Franco D’Agostino anche lui archeologo e docente di Assirologia specializzato in Sumerologia. Operando in loco D’Agostino sta sempre più convincendosi che i Sumeri si estinsero per una serie di pesantissime concause naturali che insieme portarono ad un vero e proprio collasso ambientale per cui in quelle zone “divenne impossibile coltivare, viaggiare, vivere”. Intanto diciamo che stiamo parlando di un territorio ritenuto un luogo culla della civiltà quella Mesopotamia (terra fra fiumi – ndr) racchiusa fra il Tigri e l’Eufrate, due grandi corsi d’acqua che ivi sono visti come un pericolo costante in quanto, al contrario del Nilo che è moderato dai grandi laghi dell’Africa centrale ed il cui limo apporta benessere, il Tigri e l’Eufrate risultano con le loro piene molto più imprevedibili ed aggressivi. Dice,fra l’altro, il prof. D’Agostino a “la Lettura” “da aprile a settembre qui i 50 gradi, ovviamente sopra zero, sono la regola, il deserto impera, ma da novembre a marzo possono scoppiare all’improvviso acquazzoni furiosi. È la natura allo stato estremo che si manifesta periodicamente su uomini e cose della Mesopotamia. Oggi, come ai tempi dei Sumeri”. E prosegue il bravissimo studioso: “Sappiamo che attorno al 2400 a.C. l’eruzione violenta di un vulcano sull’altopiano anatolico spinse diverse popolazioni esterne alla Mesopotamia a emigrare verso i campi irrigati della Mezzaluna Fertile. Abbiamo trovato cospicue tracce di cenere negli strati del terreno risalenti a quel periodo in un’area molto vasta. Arrivarono allora gruppi diversi, fra l’altro principalmente gli Amorrei e i Gutei, che spinsero al collasso la civiltà accadica, la quale a sua volta aveva invaso i Sumeri. Per di più venne scavata una fitta rete di canali nel Nord della Mesopotamia, a settentrione dell’odierna Bagdad, che contribuì all’impoverimento dei canali costruiti più a sud dai Sumeri e probabilmente accelerò il processo di salinizzazione dei terreni,causando la crisi dell’agricoltura nel meridione. In meno di un secolo la produzione agricola dei Sumeri scese di due terzi. Infine va annoverata tra le cause la gravissima siccità, durata all’incirca duecento anni”. Qui fu collocato il Diluvio Universale e vennero per la prima volta raccontate nella grafia cuneiforme le conseguenze drammatiche delle grandi siccità. Non voglio sembrare un determinista a tutti i costi, ma ritengo che proprio i cambiamenti climatici siano stati, prioritariamente, una delle cause della decadenza e poi dell’estinzione della cultura sumerica alla fine del terzo millennio avanti Cristo. Probabilmente non è un caso che già nell’epopea di Gilgamesh (mitico re dei Sumeri per due terzi divino e per un terzo umano, fu il quinto re di Uruk), la siccità venisse descritta come la vendetta del “Toro Celeste”, un evento terribile, divino e inarrestabile. Una piaga destinata a ridurre brutalmente il numero degli abitanti della Terra”. A livello scientifico c’è da rilevare la recente pubblicazione di due famosi archeologi americani Harvey Weiss e Raymond Bradley “ What Drives Societal Collapse? (Che cosa provoca il collasso delle civiltà?) secondo cui la fine può essere relativamente veloce anche per civiltà durate parecchi secoli e le cause scatenanti andrebbero ricercate nei cambiamenti climatici. Fu forse così per i cacciatori nomadi nell’Asia sud-occidentale, spinti a diventare sedentari verso la fine dell’ultima glaciazione importante 11 mila anni fa? Idem per i popoli nelle valli dell’Indo, 8 mila anni dopo? Ed ancora per i “granai” della Roma imperiale nel Nord Africa sempre più arida nei primi secoli dell’era cristiana? Ed in questa tragica dinamica sembra debbano proprio essere inseriti pure i Sumeri che furono “polverizzati” da un enorme collasso ambientale concausale a cui nessuna società umana avrebbe potuto resistere a lungo.
*Membro del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO

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