Riceviamo e pubblichiamo dal Coordinatore Provinciale UDC, Roberto Riccardi.Ali Khamenei è morto. Il corpo del despota che ha insanguinato l’Iran per trentasei anni giace polverizzato
dalle bombe. E le ragazze di Teheran ballano sui tetti. Sui tetti, perché sotto il suo regime una donna che
balla in pubblico commette un crimine.
Sui tetti, perché il cielo era l’unico spazio che i Pasdaran non potevano sequestrare. Ora quelle ragazze
guardano il fumo che sale dalla tomba del loro aguzzino, si tolgono il velo, cantano, piangono di gioia e
gridano: “Questa è l’ultima battaglia”. A Roma, piazza San Giovanni, trecento iraniani festeggiano tra
bandiere con il leone dello Scià. Da Milano a Genova, la diaspora persiana celebra la fine di un incubo.
Nello stesso istante, Elly Schlein si dichiara “preoccupata e angosciata”.
Per chi, esattamente? Per le ragazze che ballano? Per i ragazzi che possono gridare senza essere fucilati?
No. Schlein è angosciata perché qualcuno ha colpito il regime che impiccava quelle ragazze. Un popolo
festeggia la caduta del proprio carnefice e la segretaria del principale partito d’opposizione italiano ne piange
le sorti. È la cartella clinica di una patologia politica.
Conviene misurare la profondità del baratro.
Tra dicembre e febbraio, la Repubblica Islamica ha condotto il più grande massacro della sua storia
contemporanea. Le stime arrivano a 32.000 morti. Manifestanti fucilati nelle piazze, prelevati dagli ospedali,
ammassati in sacchi neri. Millecinquecento impiccagioni nel solo 2025.
L’unico Paese al mondo che giustizia minorenni. Amnesty International ha parlato di “uccisioni illegali di
massa senza precedenti” e “crimini di diritto internazionale”. La Commissione ONU di accertamento dei fatti
ha certificato crimini contro l’umanità. Il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione denunciando il
“passaggio dalla deterrenza all’eliminazione strategica” dei manifestanti.
Trentaduemila morti. Crimini contro l’umanità. Eliminazione strategica. Dove erano le piazze della sinistra
italiana? Dove l’angoscia? Dove il diritto internazionale?
Perché il diritto internazionale, per questa gente, funziona a intermittenza. Si accende quando qualcuno
colpisce il tiranno. Si spegne quando il tiranno massacra il proprio popolo. È un interruttore ideologico, non
un principio giuridico.
La galleria degli orrori dialettici merita una visita completa.
Bonelli e Fratoianni: “Il bombardamento dell’Iran è inaccettabile e senza giustificazioni”. Senza
giustificazioni. Trentaduemila cadaveri non bastano. Le impiccagioni di ragazzine non pesano abbastanza
sulla bilancia del diritto à la carte che si pratica da quelle parti.
Ilaria Salis, eurodeputata stipendiata dai contribuenti europei, definisce l’operazione un crimine dell'”asse
fascio-genocidario Stati Uniti e Israele”. Chiede la rottura con la NATO. Lo stesso Parlamento in cui siede ha
appena inserito i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche e ha certificato lo sterminio
sistematico dei manifestanti iraniani. La Salis non legge gli atti dell’istituzione che le paga lo stipendio. O li
legge e non li capisce, il che è peggio.
Laura Boldrini, presidente del Comitato della Camera sui diritti umani, pronuncia una frase da scolpire nel
marmo dell’ignominia: “È inevitabile che l’Iran risponda, essendo stato colpito per primo”.
Il regime che ha ammazzato trentaduemila persone è la vittima. Chi lo ha colpito è l’aggressore. Chi veniva
fucilato nelle piazze non ha meritato nemmeno una menzione. Diritti umani a geometria variabile: specialità
della casa. Berruto, responsabile Sport del PD, si preoccupa della tregua olimpica. Cade il macellaio di un
popolo intero e il Partito Democratico pensa ai Giochi.
Landini. Il segretario della CGIL che sfilava a braccetto con i chavisti per Maduro ora “respinge l’attacco
unilaterale” e denuncia “l’ennesima grave violazione del diritto internazionale”. Assicura di essere “da
sempre a fianco delle iraniane e degli iraniani che lottano per la democrazia”. Da sempre.
Solo che quando quei trentaduemila iraniani venivano ammazzati dal regime, la CGIL non ha proclamato
un’ora di sciopero. Non una. Nemmeno simbolica. L’internazionalismo proletario funziona come il diritto
internazionale di Schlein: a corrente alternata.
Infine ci sarebbe Giuseppe Conte. Ma considerati i risultati dei suoi governi e le dichiarazioni fantasiose,
sono sempre di meno quelli che lo prendono sul serio. Lasciamolo bollire nel suo brodo.
Nel frattempo, la macchina propagandistica del regime sforna la fake news di giornata: una scuola femminile
a Minab colpita dai raid. Il bilancio passa da 5 a 108 morti nel giro di ore. Tutto da fonti del regime. Zero
conferme indipendenti. L’AFP non è riuscita ad accedere. La scuola sorge accanto a una base della marina
dei Pasdaran.
Il metodo è identico a quello di Hamas a Gaza: bambini come scudo mediatico, pietà trasformata in arma
cognitiva. E i media italiani, anziché analizzare la portata storica della scomparsa di una Guida Suprema che
insanguinava il Medio Oriente da decenni, abboccano con la stessa voracità acritica con cui hanno ingoiato
per mesi le cifre del “ministero della Sanità” di Hamas.
Quando Salis e Vannacci, estrema sinistra ed estrema destra, pronunciano dichiarazioni speculari contro
l’operazione in Iran, non si tratta di una coincidenza.
È la teoria degli opposti estremismi nella sua manifestazione più pura: gli estremi non si toccano per caso, si
cercano. Condividono lo stesso nemico, l’Occidente. La stessa pulsione anti-americana. Cambiano le
bandiere, resta identica la subalternità a una narrazione che ha bisogno delle democrazie come nemico per
giustificare la propria esistenza.
La sinistra radicalizzata non è un’opinione tra le altre. È un problema di sicurezza cognitiva nazionale. Il
terminale interno di una guerra dell’informazione che fa più vittime di molti missili perché colpisce l’unica
arma che una democrazia possiede davvero: il senso della realtà.
Quelle ragazze sui tetti di Teheran ballano perché per la prima volta nella loro vita nessuno le ammazzerà
per averlo fatto. E senza saperlo emettono la sentenza più dura contro chi, nelle confortevoli stanze del
Nazareno, si diceva angosciato per la caduta del loro carceriere.
Servirebbe una campagna di rieducazione civica profonda per sanare questa marcia subcultura alternativa.
Servirebbe che qualcuno, nel centrosinistra riformista, se mai esiste, trovasse il coraggio elementare di stare
dalla parte di chi balla, non di chi impicca.
Ma la vergogna presuppone la coscienza. E da quelle parti, la coscienza è in blackout da molto più tempo di
internet a Teheran.
Coordinatore Provinciale UDC Dott Roberto Riccardi

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