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Perchè sempre più giovanissimi escono da casa con il coltello il tasca e lo portano perfino a scuola?

Premesso che, da che mondo è mondo, i ragazzi hanno sempre messo in ansia gli adulti, per le loro idee innovative e per la voglia di modificare il tranquillo e consolidato status quo dei “maturi”, come ribadivo in diretta via Zoom con Milano, il 2 aprile, nella trasmissione “Il Dopocena Sociologico”, trasmessa da una emittente Lombarda, guidata dal socio-psicologo Massimiliano Gianotti, il giorno successivo mi è giunta da Ladispoli (Rm) una telefonata dell’amico giornalista Gianni Palmieri, direttore responsabile di “Ortica Social”, che, allarmato da un fenomeno sempre più in voga, chiedeva un mio intervento sui minori che girano armati di coltello. Ma non è finita, il 4 aprile 2026, il giornalista Maurizio Tardio, da Bari, che scrive per “L’Edicola”, mi parlava con emozione dell’ultimo inspiegabile suicidio di un ragazzo barese.

Cosa sta succedendo ai nostri figli e nipoti? Iniziamo dal suicidio: Emile Durkheim, nel 1897 studiò il suicidio come fenomeno strettamente legato alla società, non solo nei risvolti individuali che ovviamente non possono non esserci; il punto è che ha voluto stabilire un nesso tra quell’estremo atto di volontà, che può sembrare intimo, e la società che ci circonda: il grande sociologo francese ha dimostrato che il problema è anche sociale e sociologico, infatti le statistiche mostrano che  la percentuale dei ragazzi che si suicidano è influenzata dal grado di integrazione nella società e dai problemi della società stessa che impattano sulla condizione giovanile: società decadente, crescono i suicidi. L’altro fenomeno sociale, che preoccupa è quello dei minori che girano in questi ultimi anni armati di coltello. Per affrontare questa emergenza, sempre più gravosa, si è giunti all’assurdo di dotare gli istituti scolastici dei territori considerati a rischio, di metaldetector, con tanto di controllo a campione da parte delle forze dell’ordine.

Di recente anche a Roma e nelle sue vicinanze si sono verificati tristi episodi di accoltellamenti tra i giovani (a Roma, ma anche ad Acilia, Civitavecchia, Fondi, Frascati, Ostia, Viterbo). Qualche giorno fa il noto sociologo Maurizio Fiasco (che mi onora della sua amicizia) studioso specializzato in ricerca e formazione in tema di sicurezza pubblica, è intervenuto su questo specifico argomento in RAI “Unomattina in famiglia”, a tentare un’analisi sull’aggressività minorile dentro e fuori dalle scuole. Possiamo sicuramente dare parte della colpa alla liquefazione della famiglia (vedi Bauman), alla dipendenza da videogiochi, una realtà che sempre più spesso genera incomprensioni, conflitti e preoccupazioni all’interno delle famiglie a causa della violenza dei programmi con i quali i ragazzi si cimentano sparando e annientando nemici fantomatici. Darei anche la colpa ai vari telegiornali che dedicano gran parte delle news alle guerre in corso nel mondo: paesi ricchi che, in cerca di gas, petrolio e terre rare, attaccano altri stati con scuse più o meno valide.

In questo clima di violenza e sopraffazione, alcuni ragazzi, preoccupati e confusi da quanto sta succedendo, per sicurezza personale e autodifesa (così affermano), hanno preso il vizio di accompagnare l’ormai onnipresente cellulare, con un bel coltello a serramanico.

Risultato: Giovani accoltellati da altri giovani per motivi futili: uno sguardo di troppo, una battuta di spirito non gradita e parte la coltellata; d’altronde il coltello sta lì in tasca ed è un peccato non usarlo nell’occasione, il tutto accompagnato da riprese con i vari cellulari fatte da amici guardoni, neoregisti.

Ma non è da oggi che il coltello è diventato l’interprete principale di episodi di cronaca nera: l’attrezzo, nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli (ma parliamo del primo ‘800) è uno dei simboli della violenza, dell’onore e della cultura popolare romana, rappresentando sia uno strumento di morte nelle risse (il “cortello”), sia una metafora pungente contro vizi e mali sociali. Simbolo di Violenza e Orgoglio: Il coltello è spesso l’estensione dell’orgoglio plebeo, utilizzato per difendere l’onore o in sfide feroci.

Bono assai l’abbozzà, mmejjo er cortello“: Questa frase evidenzia la preferenza per la risoluzione violenta e diretta dei conflitti rispetto ad altre forme di disputa. I sonetti ritraggono un mondo in cui il coltello è parte integrante della vita quotidiana del popolo, spesso in contrasto con la severità della legge papale. Belli usa l’arma per descrivere la “fanga de Roma“, ovvero il degrado e la violenza, trasformando la cronaca nera in satira sociale: il coltello è dunque uno strumento narrativo potente che permette al Belli di esplorare la mentalità violenta e passionale della plebe romana.

A tal proposito, così scrive Pietro Gibellini “domina il fido coltello, corredo indispensabile di ogni fiero plebeo, che lo tiene in saccoccia assieme alla corona del rosario”. L’insieme dei sonetti sul tema, alcuni dei quali davvero memorabili, disegnano l’icona dell’arma nella visione dei popolani e in quella, discordante, del poeta pacifista e tuttavia affascinato dai “moderni gladiatori” plebei. L’unica differenza, ai giorni nostri, è che il rosario è passato di moda ed è stato sostituito dal cellulare; il coltello, invece, è sempre più affilato, lucido e pronto “a bere il sangue del nemico”.

Pietro  Zocconali, giornalista, sociologo,

presidente Associazione Nazionale Sociologi

 

 

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